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Nuovo Isee: indennità e trattamenti a disabili fuori dal calcolo

Qualunque trattamento assistenziale, previdenziale o indennitario non soggetto ad IRPEF, che vada a sostegno di una persona disabile, non andrà più incluso nel calcolo Isee. Punto. A stabilirlo una volta per tutte è stata la sentenza del Consiglio di Stato emessa lo scorso dicembre, ma resa pubblica solo nei giorni scorsi, in risposta al ricorso del Governo contro l’analoga sentenza del Tar del Lazio che già un anno fa aveva messo rilievo l’iniquità dell’inclusione, ai fini Isee, dei trattamenti per disabili. I magistrati hanno così ribadito lo stesso principio di “intoccabilità” su queste somme, stabilendo in buona sostanza che non vanno in alcun modo assimilate a redditi, e di conseguenza non possono essere considerate come una normale fonte di arricchimento per il nucleo e per il disabile stesso. L’Isee – insomma – così com’è non va bene. Occorrerà aggiustarlo.

Franchigie Isee inadeguate
Il Consiglio di Stato obbliga dunque il Governo, che di fatto ha ereditato la riforma Isee dai precedenti esecutivi, di Monti prima e di Letta poi (ma non si è nemmeno mostrato disponibile a “raccogliere” le proteste delle famiglie), a un cambio di passo già da tempo annunciato. A essere inadeguate, secondo i giudici del Consiglio, sono le franchigie applicate in caso di soggetti disabili facenti parte del nucleo. Inadeguate nel senso di non idonee e insufficienti ad agevolare il disabile nella richiesta di un qualche beneficio, a fronte, appunto, dell’inclusione nel reddito dei trattamenti indennitari fiscalmente esenti. Come dire: troppo poco da una parte e troppo ingiusto dall’altra.

Sostegno al disabile
Oltretutto su una simile impostazione di calcolo grava anche l’ombra dell’incostituzionalità: “Deve il Collegio condividere – si legge nella sentenza depositata lunedì 29 febbraio – l’affermazione degli appellanti incidentali quando dicono che ricomprendere tra i redditi i trattamenti indennitari percepiti dai disabili significa allora considerare la disabilità alla stregua di una fonte di reddito – come se fosse un lavoro o un patrimonio – e i trattamenti erogati dalle pubbliche amministrazioni non un sostegno al disabile, ma una ‘remunerazione’ del suo stato di invalidità oltremodo irragionevole, oltre che in contrasto con l’art. 3 della Costituzione”. E visto che un breve ripasso non fa mai male, il citato articolo 3 della Carta stabilisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Nuovo Isee rende più “ricchi” i disabili
Chiamando quindi in causa la Costituzione, si vuole affermare che il legislatore, nell’intento – pur legittimo – di creare una struttura di calcolo maggiormente “sensibile” a quelle che sono le reali disponibilità economiche del nucleo, ha comunque forzato la mano sulla condizione di quei soggetti che di fatto sono svantaggiati, ma che improvvisamente sono considerati più “ricchi” a seguito dell’erogazione di trattamenti assistenziali. Tali indennità – spiega appunto la sentenza – sono accordate a coloro i quali già si trovano in un una situazione di svantaggio, al fine di “ristabilire una parità morale e competitiva. Essi (i trattamenti assistenziali, ndr) non determinano allora una migliore situazione economica del disabile rispetto al non disabile, al più mirano a colmare tal situazione di svantaggio subita da chi richiede la prestazione assistenziale”.

Indennità non è reddito
Pertanto, dicono i giudici, se “la capacità selettiva dell’Isee” dev’essere quella di “discriminare le posizioni diverse e trattare egualmente quelle uguali, non si può allora compiere l’artificio di definire reddito un’indennità o un risarcimento, ma li si deve considerare per ciò che in effetti sono”, ovverosia “forme risarcitorie” che “non servono a remunerare alcunché, né servono all’accumulo del patrimonio personale, bensì a compensare un’oggettiva e ontologica situazione di inabilità che provoca in sé disagi e diminuzione di capacità reddituale”.